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"La poesia di Ungaretti" - L'intervento di Gian Giacomo Amoretti - 24 novembre 2010
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Giannino Balbis e Gian Giacomo Amoretti
La poesia di Ungaretti
La lezione prende spunto dai momenti salienti della biografia e della formazione di Ungaretti (dall’Egitto alla Francia, all’Italia), per appuntarsi sulle prime due raccolte, Allegria di naufragi (1919, poi L’Allegria) e Sentimento del Tempo (1933).
L’Allegria – il titolo allude all’opposizione fra i dolori dell’esistenza, in particolare quelli prodotti dalla guerra (naufragi), e l’amore per la vita (allegria), tanto più forte quanto più terribile è la guerra – è il primo libro poetico italiano davvero novecentesco. Ungaretti, nato ad Alessandria d’Egitto e formatosi tra Alessandria e Parigi, dove frequenta le avanguardie, è estraneo alla tradizione italiana e, perciò, in grado di fondare una poesia del tutto nuova, incentrata sul valore assoluto della parola, isolata nel verso, privata di punteggiatura, “scrostata” dei ritmi poetici tradizionali. Dichiarano questa poetica le liriche Il porto sepolto e Commiato, che rispettivamente aprono e chiudono Il porto sepolto (sezione centrale nell’Allegria, in origine silloge autonoma, pubblicata a Udine nel 1916). Il leggendario antico porto sepolto sotto il mare di Alessandria è metafora dell’abisso dell’anima, dell’inconscio, dove il poeta-palombaro scende a cogliere i tesori di verità che soltanto la parola poetica è in grado di esprimere. La parola rivela e salva, la non-parola conduce all’angoscia e all’annullamento: nella lirica In memoria Moammed Sceab è apolide come il giovane Ungaretti, ma, a differenza del poeta, non sa salvarsi perché non riesce a sciogliere in canto il proprio dramma. Ne I fiumi il poeta rievoca i fiumi della propria vita per darle ordine e senso complessivo: dal tempo sacro prenatale (simboleggiato dal Serchio, fiume degli antenati lucchesi) a quello dell’inconsapevolezza (il Nilo, fiume dell’infanzia), fino alla scoperta di sé (la Senna, Parigi) e alla piena autocoscienza (il presente di guerra, riscattato dal bagno lustrale nell’Isonzo). Nella lirica In dormiveglia, invece, agisce una memoria involontaria: le schioppettate che si alzano dalle trincee richiamano alla mente del poeta, i colpi, uditi nell’infanzia, degli scalpellini sui lastricati di Alessandria. L’opposizione fra orrore della guerra e forza del viaggio interiore e dell’amore per la vita è evidente in Veglia, dove la cruda immagine del compagno / massacrato con la bocca digrignata penetra nel silenzio del poeta, in quello spazio dell’anima in cui germoglia la parola capace di esprimere lettere piene d’amore e di dichiarare, nonostante tutto, l’attaccamento alla vita.
Con Sentimento del Tempo – la raccolta che apre la stagione dell’Ermetismo – il registro poetico cambia. È ribadito il valore assoluto della parola, che tuttavia è ora slegata dalla realtà contingente, resa davvero assoluta, priva di riferimenti e condizionamenti esterni. In O notte, ad esempio, le parole fluiscono senza referenti, non descrivono ma stimolano alla suggestione, non sono legate in maniera logico-razionale ma per associazioni libere, per analogie. L’analogia è dominante in testi come Lago luna alba notte, dove si produce, già nel titolo, una forma liquida in cui tutto si scioglie e si compenetra. Anche le liriche che sembrano avere un andamento narrativo, come L’isola, in realtà non raccontano alcuna vicenda reale, ma danno vita a catene di immagini analogiche assimilabili, semmai, ad una narrazione di tipo onirico. Dopo i versi spezzati e i sistematici enjambements dell’Allegria, Ungaretti tende ora a recuperare l’unità sintattica e l’unità metrica: tornano i versi tradizionali e le strofe dotate di unità logica.
La lezione si conclude con alcune osservazioni su Fine di Crono e Memoria d’Ofelia d’Alba, due significativi esempi di poesia religiosa. Nella prima lirica Zeus che vince su Crono è, in chiave cristiana, Dio che vince il tempo e torna a prendere possesso dell’universo, come Ulisse con Itaca (gli astri sono Penelopi innumeri). La seconda richiama, già nel titolo, la lirica per Moammed Sceab; anche Ofelia, come Moammaed, si è tolta la vita, ma mentre lui è sprofondato nel nulla dell’oblio, lei ha ottenuto l’immortalità: nei suoi occhi… immortali trovano pace e immortalità anche le cose mutevoli del mondo.
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" Il romanzo in Italia " - L'intervento di Vittorio Coletti - 20 ottobre 2010
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Giannino Balbis e Vittorio Coletti
Il romanzo in Italia negli ultimi decenni
Mentre la poesia italiana del Novecento è inquadrabile in categorie critiche (Futurismo, Crepuscolarismo, Ermetismo ecc.) che ne distinguono momenti, contenuti, caratteri, non altrettanto si può dire per la narrativa, con la sola eccezione del Neorealismo. Si possono tuttavia riscontrare alcuni caratteri ricorrenti, il primo dei quali è l’attenzione ai fatti storici e politici: si pensi a Lussu (Un anno sull’altipiano), Calvino (Il sentiero dei nidi di ragno), Primo Levi (Se questo è un uomo), Rigoni Stern (Il sergente nella neve). Il romanzo italiano ha una forte connotazione nazionale e regionale, già con Manzoni, Nievo, Verga e ancora, per esempio, con Carlo Levi (Cristo si è fermato a Eboli) e Luigi Meneghello (Libera nos a malo), per non parlare di Camilleri e del suo singolare dialetto.
Fra i principali caratteri del romanzo negli ultimi decenni (a partire dalla cesura dei primi anni ’70) si segnalano: a) l’accostarsi della tecnica del racconto e del montaggio al linguaggio televisivo-cinematografico; b) il perdurare della connotazione regionale (Calvino, Biamonti, Orengo, Maggiani in Liguria); c) il grande successo del giallo-noir (talora con intento di analisi sociale e denuncia) e, dunque, la forte preminenza della trama; d) il rilancio del romanzo-saggio (dai romanzi a tesi di Sciascia a Danubio di Magris); e) l’attenzione alla scienza (es. Il sistema periodico di Primo Levi, Le cosmicomiche di Calvino, Staccando l’ombra da terra di Daniele Del Giudice); f) l’abbassamento della qualità della scrittura; g) i primi casi di romanzi italiani scritti da non italiani (fra i migliori, Caduta libera di Nicolai Lilin).
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" Pavese e Fenoglio" - L'intervento di Valter Boggione - 12 maggio 2010
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Giannino Balbis e Valter Boggione
Il mito in Pavese e Fenoglio
Il binomio Pavese-Fenoglio è ricorrente ma poco plausibile, per la profonda diversità fra i due autori. Il mito è un importante tema che li accomuna e ne attesta le differenze.
Pavese elabora le proprie idee sul mito alla luce delle teorie di secondo ’800 e primo ’900: quella intellettualistica della scuola antropologica britannica, quella evoluzionistica di James Frazer e quella della scuola etnologica tedesca; in particolare è influenzato da Il ramo d’oro di Frazer (che lui stesso fa pubblicare nella “Collana viola” di Einaudi), ma anche da d’Annunzio, Pirandello, Bontempelli, Nietzsche e soprattutto Vico. La visione pavesiana del mito è regressiva: il mito recupera la spontaneità originaria, la visione primigenia del mondo; inoltre è ripetitivo: produce archetipi che si ritrovano in diverse culture. In tutti i romanzi di Pavese c’è un ritorno al passato, ai luoghi d’origine, che implica sempre la scoperta del negativo: il mondo del mito è anche un mondo di violenza, morte, distruzione. Così il viaggio alla fine fallisce: si ritorna per ripartire di nuovo e definitivamente. Pur con la sua parte di orrore, comunque, il mito è una fuga dalla storia: la violenza del mito è finalizzata, ha una ragione ontologica (nella natura non c’è vita senza morte), mentre la violenza della storia non è giustificabile.
I miti di Fenoglio sono più semplici: sono quelli imparati a scuola (attraverso i poemi omerici innanzitutto). A Fenoglio non interessa capire che cos’è il mito e come funziona, ma riattualizzare i miti antichi – o crearne di nuovi – per innalzare l’esperienza quotidiana a livello assoluto ed esemplare: Johnny, ad esempio, è fatto diventare una sorta di supereroe della storia occidentale, un novello Ettore; il partigiano insepolto richiama il mito di Antigone; la battaglia di Valdivilla è assurta al rango delle Termopili, e così via.
Il confronto Pavese-Fenoglio si appunta infine sul mito specifico di Ulisse. Ne La luna e i falò Anguilla è un Ulisse apparente, che fallisce sia nella fuga in America sia nel ritorno a Santo Stefano Belbo: alla fine gli resta solo la consapevolezza di non poter avere un’identità e di non potersi integrare. Nella Malora, invece, Agostino è un Ulisse autentico, seppur in minore: dopo l’esperienza negativa al Pavaglione, torna a casa consapevole delle proprie radici e della propria identità. La luna e i falò si conclude con una ripartenza definitiva e senza meta; La malora, con l’immagine dell’albero che dopo l’inverno riprende vita e ributta le gemme.
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" Dante nella poesia del 900" - L'intervento di Luigi Surdich - 14 aprile 2010
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Giannino Balbis e Luigi Sudich
Dante è per lunghi tratti una presenza “carsica” nella storia della poesia italiana, dominata del modello petrarchesco; riemerge però fra ’700 e ’800 (con Alfieri, Foscolo e Leopardi), si consolida nell’Ottocento ed è fondamentale nel Novecento.
Lasciando da parte Pascoli e d’Annunzio (per entrambi i richiami danteschi richiederebbero specifiche e complesse analisi), il relatore ha preso le mosse da Gozzano (dove Dante si incrocia spesso con Petrarca, alla luce di un duplice atteggiamento, di recupero e di parodia) per soffermarsi quindi su Ungaretti (in particolare sull’Allegria), Saba (per il quale Dante è il culmine della poesia italiana, mentre Petrarca ne è il guasto), Rebora (Frammenti lirici), Quasimodo (Alle fronde dei salici, Ed è subito sera), Luzi (prima più vicino alle Rime di Dante, poi alla Commedia) ed approdare infine a Montale e Caproni (nei quali la presenza di Dante è particolarmente forte e significativa: Montale è poeta dantesco per eccellenza, Caproni prende da Dante i titoli delle raccolte Il seme del piangere e Il muro della terra).
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" Il neorealismo nella narrativa italiana del '900" - L'intervento di Francesco De Nicola - 10 febbraio 2010
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Il Neorealismo è un comune sentire in cui si riconoscono diversi artisti dei primi anni del secondo dopoguerra. È preannunciato, nel ventennio fascista, da alcune opere che si distinguono dal gusto dominante per l’attenzione alla realtà socio-economica: Gente in Aspromonte di Alvaro, Il garofano rosso di Vittorini, Tre operai di Bernari, il film Acciaio di Walter Ruttmann (sceneggiato da Pirandello e Soldati). Il Neorealismo nasce con Ossessione di Luchino Visconti (’43) e con un importante intervento critico di Mario Alicata e Giuseppe De Santis (’41). Ha il suo culmine negli anni ’45-’50 con i films di Rossellini (Roma città aperta, Paisà, Germania anno zero), De Sica (Sciuscià, Ladri di biciclette), Visconti (La terra trema). La prima produzione letteraria neorealista è rappresentata invece dai racconti di vita vissuta, vicende di guerra e Resistenza, ospitati sulle terze pagine dei quotidiani domenicali.
Si afferma un nuovo concetto di “impegno”: nel primo numero del Politecnico (settembre ’45) Vittorini assegna all’arte una finalità non consolatoria ma di denuncia delle “sofferenze” sociali e di lotta per il loro superamento. Il primo romanzo neorealista è Uomini e no (’45) dello stesso Vittorini, seguito da Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, Se questo è un uomo di Primo Levi, L’Agnese va a morire di Renata Viganò (solo in parte neorealista, invece, è il romanzo d’esordio di Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno). Con gli anni ’50 inizia la fase discendente, simboleggiata dalla scena finale, fiabesca e surreale, di Miracolo a Milano di De Sica (’51). In letteratura la fine è sancita dal romanzo Metello di Pratolini (del ’55). Il salutare bagno di realtà prodotto dal Neorealismo ha però effetti duraturi anche sugli scrittori successivi, che parzialmente lo recuperano (come Cassola con La ragazza di Bube o Bassani con Il guardino dei Finzi Contini) o lo superano in varie direzioni (come lo stesso Calvino e Fenoglio).
Gianni Balbis presenta Francesco De Nicola
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"Letture montaliane" - L'intervento di Alberto Beniscelli - 11 dicembre 2009
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Giannino Balbis presenta Alberto Beniscelli
La lezione si è incentrata sulla lettura di una delle poesie più impegnate e impegnative di Montale, La bufera, introduttiva ed eponima della terza raccolta montaliana (La bufera e altro), dove al tema conduttore della guerra (la seconda guerra mondiale ma anche la guerra cosmica del male ontologico) si intreccia e si oppone il tema d’amore: Clizia (Irma Brandeis) è partita per l’America nel ’38 per sfuggire alle leggi razziali (il distacco è rievocato nel finale de La bufera), ma torna a far visita al poeta in qualità di donna-angelo, con un ruolo salvifico che infine – in particolare ne La primavera hitleriana, uno dei testi più alti della poesia del ’900 – acquista valenza religiosa e coinvolge l’intera umanità (come Cristo, Clizia si sacrifica per tutti).
De La bufera il relatore ha dapprima ricostruito la vicenda editoriale (dalla prima uscita su “Il Tempo” nel febbraio del ’41 all’edizione svizzera di Finisterre e a quella de La bufera e altro nel ’56), poi ha spiegato il significato dell’epigrafe introduttiva (le parole contro la terribilità della guerra dello scrittore cinque-seicentesco Agrippa d’Aubigné) e quindi ha analizzato capillarmente e puntigliosamente il testo, illustrando di ogni lassa i principali caratteri formali, contenutistici e semantici, in un esemplare percorso critico-interpretativo.
Muovendo da La bufera, infine, ha operato una serie di richiami intertestuali, che hanno riguardato in particolare Lo sai: debbo riperderti e non posso, Ti libero la fronte dai ghiaccioli, Nuove stanze, La frangia dei capelli e sono culminati nella lettura e nel commento de La primavera hitleriana.
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La grande poesia ligure del '900 - Albenga, 11 novembre 2009
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Si può parlare di una “linea ligustica” nella poesia italiana del Novecento? La maggior parte della critica, oggi, la ritiene una formula discutibile e superata. Tuttavia è innegabile la presenza di caratteri comuni nei tre maggiori poeti liguri del ’900 (due – Sbarbaro e Montale – propriamente liguri, uno – Caproni – ligure di adozione): soprattutto li accomuna il tema della poesia “in negativo”, la poetica del “non”. Ne è esempio primo la lirica di Sbarbaro Taci, anima stanca di godere (composta nel 1913, precede di tre anni Il porto sepolto di Ungaretti, tradizionalmente indicato come punto d’inizio della poesia italiana del ’900) e ne è esempio compiuto Non chiederci la parola di Montale (del 1923).
Fra i molti percorsi della produzione di Montale (con riflessi anche in Sbarbaro e in Caproni), il prof. Amoretti si è poi soffermato sulla poesia d’amore, con particolare attenzione alla figura di Clizia, ai suoi complessi significati allegorici e al suo ruolo salvifico con sfumature stilnovistiche e religiose. Ambigua e problematica è la religiosità di Montale, che in un celebre verso si definì un povero nestoriano smarrito (confidò a Gianfranco Contini di credere in Cristo-uomo ma di avere difficoltà a credere in Dio). Caratterizzata da una teologia negativa è anche la poesia di Caproni, in particolare nell’ultima raccolta, postuma, Res amissa.
Puntuali ed acute osservazioni il relatore ha riservato a Nuove stanze, Ti libero la fronte dai ghiaccioli, La frangia dei capelli che ti vela di Montale (testi composti fra il ’39 e il ’41) ed a Res amissa ed Enfasi a parte dell’ultimo Caproni.
Gian Giacomo Amoretti
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Il Novecento letterario italiano - Albenga, 21 ottobre 2009
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Giannino Balbis e Giorgio Barberi Squarotti al Centro Scolastico Diocesano di Albenga - 21 ottobre 2009
Dopo aver ricordato i limiti della periodizzazione (nella storia letteraria come nella storia in generale), il prof. Bárberi Squarotti ha individuato le radici del Novecento negli anni ’80-’90 dell’Ottocento, con particolare riguardo alla crisi del Positivismo e del Naturalismo, alla grave crisi politica ed economica dell’Italia di fine secolo e alla svolta in direzione simbolistica dell’arte e della letteratura. Protagonisti di questa svolta, in Italia, sono stati soprattutto Pascoli e d’Annunzio, seguiti da Pirandello e Svevo.
Il momento attuale rappresenta invece il definitivo tramonto del Novecento. Oggi non si concepisce e non si produce più letteratura con funzioni di messaggio, conoscenza, lezione, come è accaduto con molti autori del secolo scorso (Bárberi si è soffermato in particolare su I vecchi e i giovani di Pirandello, La cognizione del dolore di Gadda, Uomini e no di Vittorini e Il partigiano Johnny di Fenoglio), ma una letteratura facilmente comunicativa, ripetitiva, di rapido consumo.
C’è da chiedersi se ci sia ancora spazio nel nostro tempo per la letteratura tradizionalmente intesa.
La lezione si è conclusa con alcuni consigli di lettura per i giovani. Oltre ai classici antichi (a cominciare da Omero e dai tragici greci) e ai classici italiani (Dante, Ariosto ecc.), Bárberi ha raccomandato la lettura, fra gli stranieri, di Tolstoj, Dostoevskij e Proust.
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Mercoledì letterari 2009-2010 - Sei appuntamenti con l'Università
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Liceo paritario "Redemptoris Mater"
Mercoledì letterari 2009-2010
“Incontri con la
Letteratura Italiana del ‘900”
Sei appuntamenti con l’Università, aperti al pubblico, curati dal
Prof. Giannino Balbis
PROGRAMMA
1. Mercoledì 21 ottobre 2009, ore 15.30
Prof. Giorgio Bàrberi Squarotti (Università di Torino)
2. Mercoledì 11 novembre 2009, ore 15.30
3. Mercoledì 9 dicembre 2009, ore 15.30
“ Letture montaliane”
Prof. Alberto Beniscelli (Università di Genova)
4. Mercoledì 10 febbraio 2010, ore 15.30
“ Il neorealismo nella narrativa italiana del Novecento”
Prof. Francesco De Nicola (Università di Genova)
5. Mercoledì 10 marzo 2010, ore 15.30
“ Pavese e Fenoglio”
Prof. Valter Boggione (Università di Torino)
6. Mercoledì 14 aprile 2010, ore 15.30
“ Dante nella poesia del Novecento”
Prof. Luigi Surdich (Università di Genova)
Rilascio della certificazione di Credito formativo
per gli studenti delle Scuole Superiori partecipanti.
Aula magna
Centro Scolastico Diocesano “Redemptoris Mater”
Via Trieste, 35 17031 Albenga SV tel. 0182 555099
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Incontro letterario su Angiolo Silvio Novaro
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INCONTRI E CONFERENZE
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I SERVIZI
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AGENDA
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